
La fotografia come noi la intendiamo è espressione di un pensiero, la danza contemporanea è esternazione di una profonda interiorità: abbiamo unito il nostro obiettivo alle raffinate coreografie di Maria Grazia Sulpizi e alla freschezza e duttilità, oltre che rigore tecnico, della sua giovane compagnia per raccontare una nostra idea di Genova. E ci è sembrato che la città, con le sue architetture, le sue piazze, i suoi scorci, ci girasse intorno, ponendo le sue linee e le sue armonie in sintonia con le nostre.
Abbiamo tracciato un itinerario nel paesaggio urbano di due grandi città: Parigi, perché l’amiamo, da sempre assoggettate alla sua bellezza e al suo fascino, e Berlino, perché ancora sospesa tra un futuro di rinnovamento e un passato recente difficile e doloroso di cui porta ancora segni evidenti. Di queste città abbiamo percorso le nuove strutture, esempi portanti di architettura contemporanea: ci siamo tuffate nei gironi infernali di centri commerciali superaccessoriati, abbiamo camminato per stilizzati viali deserti in mezzo ad avveniristici grattacieli disabitati. E non abbiamo potuto fare a meno di chiederci: ma noi umani, che cosa c’entriamo con tutto questo? Più o meno coscientemente ci siamo costruiti una gabbia scintillante e comoda dove si può fare a meno di pensare e l’infelicità è garantita. Siamo prigionieri di una città che non ha bisogno di noi, vive fuori del nostro controllo, ci abita, ci osserva indifferente, ci frastuona. Alla ricerca più di domande che di risposte, abbiamo spostato il nostro sguardo dove si concentra l’opera di molti artisti contemporanei, spesso interpreti e ambasciatori del malessere. Visitando le Biennali d’Arte Contemporanea di Venezia, siamo state assalite da un unanime grido di dolore, frutto di consapevolezza e impotenza. Non rimane che incominciare a porci quelle domande che la nostra rassegnata disperazione fa sembrare inutili. Prima fra tutte: dov’è la via di fuga?
Nell’ottobre 2006 fondiamo con il critico Ferruccio Giromini l’Associazione Culturale “Occhio!” per la divulgazione delle valenze artistiche, culturali e sociali del linguaggio fotografico. L’Associazione nasce dal desiderio di proporre – principalmente a Genova e in Liguria, ma non solo – un percorso diverso del linguaggio fotografico nella considerazione che la fotografia è espressione interattiva con le altre forme d’arte, cioè nella convinzione che la fotografia non sia un’arte isolata nel contesto sociale e culturale ma una manifestazione che fin dalle sue origini ha sempre colloquiato con l’arte tutta, in un interscambio produttivo e apportatore di innovazioni. Scopo dell’Associazione è promuovere mostre fotografiche, cercando di rendere la presenza della fotografia a Genova un’opportunità caratterizzante nella vita culturale della città, dando spazio e visibilità alla sperimentazione e possibilmente ad artisti giovani o misconosciuti; e inoltre ragionare sulla fotografia attraverso incontri che siano occasione per approfondire concetti che appartengono all’arte in generale. www.associazioneocchio.it
Dal percorso di conoscenza e formazione che ci ha messo in contatto con i modi espressivi diversissimi tra loro dell’arte contemporanea, è nato un lavoro che vuole raccontare attraverso le immagini fotografiche questa sorta di viaggio iniziatico, sia fisico che emotivo, che abbiamo intrapreso. Di questo percorso abbiamo fermato tre momenti per noi importanti, rappresentati da tre autori che ci hanno dato non solo una chiave di comprensione e lettura dell’espressione contemporanea, ma un coinvolgimento emozionale e uno stimolo all’ideazione.
Mario Francesconi, pittore scultore toscano, quasi un ponte gettato tra l’arte moderna e quella contemporanea, è capace di vedere con occhi sempre giovani e di imprimere la forza dell’umano sentire nei suoi segni e nella materia.
Vittorio Valente, con le sue accattivanti e ingannevoli sculture al silicone, ha reso l’arte fruibile tangibilmente presente nella realtà quotidiana, eppure rivelatrice di quello che spesso nella realtà è invisibile e nascosto.
Studio Azzurro ci ha introdotte nel modo del virtuale, mantenendo quei forti e imprescindibili legami col passato che hanno fatto dell’arte un fluire continuo e ininterrotto nella storia dell’uomo.
La prima parte del lavoro è dunque una nostra interpretazione dell’artista attraverso la frequentazione del suo laboratorio e il contatto diretto con lui e la sua opera, dove l’immagine fotografica non è documento ma pura reazione emozionale. Per questo è necessaria la presenza contemporanea della fotografia e dell’opera dell’artista, in un confronto che vuole essere interazione, sinergia, riflessione sul modo in cui la fotografia può colloquiare con altre forme d’arte mantenendo la propria identità. La seconda parte del progetto è un lavoro personale soltanto fotografico che di questo percorso nell’arte contemporanea è un risultato, punto di arrivo ma soprattutto di partenza, espressione di una sensibilità individuale che attraverso la conoscenza si rafforza e acquista consapevolezza.
Protagonista di questo lavoro è l’uomo, o meglio l’umanità con i tormenti, le debolezze, gli smarrimenti che l’accompagnano lungo il cammino verso la consapevolezza del proprio vivere: si è scelto, per raccontare le immagini, un controverso poeta del Medioevo, François Villon, uomo dalla vita intensa e dalle forti emozioni, che interpreta con sorprendente modernità le innumerevoli sfaccettature e i chiaroscuri dell’animo che accomunano gli uomini di ogni epoca.
La prima parte è ritmata dai versi delle ballate di Villon sul tema della donna e dell’amore, ora idealizzato, ora negato, a metà tra amor cortese e invettiva; nella seconda parte le immagini fanno da contraltare ai versi amari e disincantati del poeta e alla sua ricerca di riscatto. Le sculture ospitate nel Cimitero di Staglieno diventano dunque “attori” di un’antica commedia umana destinata a essere continuamente rinnovata e rappresentata ovunque vi sia “vita”. La fotografia diventa così mezzo di unione tra due forme artistiche, la scultura e la poesia, e si appropria del loro significato universale per filtrarlo e raccontarlo attraverso una visione personale.
Percorrendo le banchine del Porto di Genova si respira l’atmosfera di una città di mare e ci si ritrova a fare i conti con il desiderio di ritrovare intatti gli odori e le sensazioni di un luogo ricco di storia e tradizioni. Di fatto si scopre un modo nuovo, proiettato verso il futuro, una realtà in continua evoluzione, ma che affonda le sue radici nella memoria. Il lavoro fotografico che ne risulta è il frutto di queste emozioni contraddittorie e mette in evidenza da un lato l’imponenza di strutture e impianti moderni, dall’altro la presenza umana punto d’incontro tra il vecchio e il nuovo ed elemento di continuità forte e indispensabile.
Il circo è uno spazio fuori dal tempo e dalla realtà: entrando nel tendone entriamo in un mondo a parte, sospeso in una sorta di limbo della nostra immaginazione. Tradizione e rinnovamento si fondono alla fine in una sola parola : magia. Ciò che percepiamo è il totale straniamento dalla realtà e la sensazione di assistere ad un rito che ci coinvolge e azzera tutte le differenze di età e cultura. E se è vero che dietro le quinte c’è tutto un microcosmo che per questo rito lavora con passione e professionalità, appena l’artista varca la soglia che divide tale realtà dalla pista tutto si trasforma: ci si sorprende ad abbandonarsi, affascinati, a questa magica finzione che è il circo.