Probabilmente anche le genovesi Stella lombardo e Cristina Piccardo rimpiangono come Maurizio Maggiani i tempi “ in cui Genova era grande tra le città del mondo”. Ma avendo assunto a proprio strumento d’elezione l’immagine e non la parola, non possono- se non a costo di finzioni tanto insopportabili quanto facili da smascherare- cantare orgogliosamente “…le banchine e i ponti, le calate e le manovre…le passerelle i plance e gli scalandroni, i bighi le mancine e le benne, dal varco di Porta Siberia al Piazzale del Giaccone, saltando di chiatta in chiatta fin dentro i quadrati dei vapori di questo e quell’altro mondo” come l’autore della Regina disadorna. Non è un caso, tuttavia, che abbiano scelto come soggetto della propria ricerca fotografica l’area del porto di Genova, ridisegnato e “restituita” alla città, nella parte antica, in occasione delle celebrazioni colombiane del 1992. Troppo incombente così come troppo ricca di storia e di occasioni ne è la presenza sia nella vita collettiva sia nell’immaginario personale. Stella e Cristina hanno molto in comune, a partire dagli esordi nella pratica fotografica, segnati dalla matrice della scuola di Giuliana Traverso, determinante per “aprire” l’indagine fotografica all’introspezione e per recuperare la pratica ad una dimensione emozionale che è tanto lontana dalla mitologia tecnicistica dell’universo maschile quando in piena sintonia con i “modi” dell’altra metà del cielo.
In questa indagine – condotta autonomamente da ciascuna delle due sul filo di un’ispirazione certo non improvvisata – sembra quasi che si siano suddivise ruoli e temi. Da una parte, Cristina Piccardo indaga la forte presenza delle strutture e degli impianti, in una fotografia a metà tra espressionismo e costruttivismo, dove l’accentuato contrasto de bianconero che brucia la nuances di grigi intermedi si condensa in un susseguirsi tanto a prima vista evidenti nella loro fisicità imponente e nella loro presenza espressiva quanto tradotti dall’autrice in una metafora della trepidante condizione di ricerca interiore “ che sembra esitare sulla soglia di una consapevolezza spesso intuita”.
Dal canto suo, Stella Lombardo concentra il proprio obiettivo sulla presenza umana, mettendo a frutto la propria consuetudine con la fotografia all’infrarosso da una parte per accentuare la luminosità dell’inquadratura, dall’altra per dichiararne la dimensione onirica. Non c’è tuttavia molto dello scavo psicologico del ritratto, nelle sue immagini, o della analisi documentaristica del reportage sociale o d’ambiente. Anche per Stella l’indagine fotografica è un continuo inseguimento dell’attimo fuggente, che nel momento stesso di condensarsi in punctum, riprende la sua fuga lasciando sulla pellicola una labile traccia da sommare a tante altre e da interpretare.
Due modi diversi di una fotografia di ricerca, quindi non a caso accomunati in una mostra: una fotografia tanto lontana dalle solide certezze e dalle presunte esigenza di un soggetto così “operativo”, quanto attraversata dalle vibrazioni condensate in un luogo carico di presenze e di memorie, intenta a cercare un filo nell’intricata ragnatela tessuta dai gesti e dai passi di milioni di persone.
Lanfranco Colombo
( Satura Associazione Culturale, Genova 2000 )