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OCCHIO… DIABASIS BALLET sguardi danzanti per genova

Fotografare significa fissare lo sguardo, ma anche in un certo senso liberarlo. Infatti fotografare significa isolare visioni degne di nota, ma anche crearne di nuove. Fotografare dunque significa ora scoprire armonie preesistenti, ora comporne d’inedite. Insomma fotografare significa a volte armonizzare la realtà con l’immaginazione. Fotografare allora significa anche dirigere forme come strumenti, in modi pure musicali. Musica può esserci non solo di suoni, ma pure di forme. Ritmi di forme, di sicuro; armonie di forme, anche; e melodie di forme, forse persino. Vuoti come silenzi. Linee come note tenute lunghe. Tratteggi come sostrati percussivi. Diagonali: ascendenti e discendenti. Mossi: presto, prestissimo. Grandangoli: largo, maestoso. Masse: rimbombi. Angoli acuti: acuti. Punti di fuga: fughe. Scale: scale. È allora che, quando certe forme vi danzano, le città risuonano e cantano. Il mare in sottofondo, le architetture ogni tanto svettano, il traffico si fa ritmico. I muri s’impongono, le pietre battono il tempo, i selciati frusciano e ticchettano. I corpi s’involano, le braccia si allargano, le gambe sforbiciano, i respiri crescono. Le teste roteano e le orecchie vedono. Il cuore balla e la bocca sorride. Lo sguardo ascolta.

Ferruccio Giromini

Sul controllo

È ormai così “facile” fare fotografie nell’era digitale (telefonini compresi) che non ci si rende più bene conto di cosa significhi sul serio e in assoluto fotografare: documentare un frame di vita, bloccare un’immagine scelta, un rettangolo di realtà, una precisa porzione di spazio, un più o meno piccolo sospiro di tempo – scrivere con la luce. Di ciò sono invece ben coscienti le componenti del dinamico duo Stella Lombardo & Cristina Piccardo, che alla fotografia si dedicano con vocazione e dedizione molto scrupolose. Come hanno già avuto modo di dimostrare in passato, e come riaffermano con questo ultimo lavoro che oggi mettono in mostra, per loro la fotografia non è semplice passatempo (né lavoro alimentare, per fortuna), ma sana e ricca espressione. Espressione di sé, certo, e nel loro caso specifico pure discussione, in quanto il prodotto finale nasce dalla composizione di due sé distinti, sgorga dal colloquio indefesso – ora preliminare e ora postliminare al lavoro “sul campo” – via via per decidere i paletti che delimitino il campo di azione, per affidarsi le parti rispettive del comune operare, per confrontare con analisi impietosa i risultati, per tagliare tagliare tagliare fino a giungere a quella specifica purezza significativa, tanto formale quanto contenutistica, inseguita e ricercata. Attraverso il progetto e grazie al controllo. Dunque per il caparbio binomio Cristina/Stella ogni operazione (esposizione o pubblicazione che sia) non contiene più nulla di casuale quando infine viene data alla luce, ovvero affidata agli sguardi del mondo. Quando infine l’operazione-opera esce dal loro laboratorio fumante di dibattiti, e si dispiega un po’ pudica e un po’ sfrontata, si può star sicuri che essa è stata estenuantemente dibattuta e trascelta e saggiata e collaudata e verificata. Quel che noi vediamo è la punta – oramai cristallina – di un iceberg esplorato in tutte le sue possibilità di equilibrio e galleggiamento; quel che ne vediamo è l’essenza: decantata, filtrata, distillata. Davvero la premiata ditta Lombardo & Piccardo intende la fotografia come scrittura luminosa, scrittura musicale. Ognuna delle immagini che giunge a condividere con le sorelle il pubblico palcoscenico equivale, pur nei suoi caratteri individuali, a un verso di poesia, a un capitolo di saggio, a una battuta di dialogo, a una strofa di canzone, al significativo gesto di un’unica coreografia. È l’insieme ciò che vale; ma non varrebbe altrettanto senza la scientifica armonia delle proprie componenti. Chi avesse assistito alla progettazione e alla lunga genesi ed elaborazione del progetto “Gabbie”, questa immersione nel cuore del (non)senso della città contemporanea che avvolge i suoi inquilini con personalità lontana ed enigmatica, avrebbe potuto rendersi conto di quanta attenzione le due fotografe pongano nel sorvegliare la propria scrittura (immaginifica: ma sempre scrittura è). Con questo lavoro, adesso disponibile coram populo, Cristina & Stella parlano senza parole di sé, del mondo attuale, della realtà – esterna e interna – condivisa da un qualunque cittadino europeo del terzo millennio; si esprimono in modi intensi, con passione e insieme con stile: ardimentose come esploratrici, distaccate come analiste, generose come missionarie, misurate come operatrici tecniche, serie come performer, disinvolte come veterane. Vere “professioniste” come solo i veri “dilettanti” sanno essere. E non senza impegno civile. E ci offrono una risposta simbolica: una ricerca artistica: un viaggio emozionato ed emozionante che tuttavia si svela pure molto razionale e raziocinante. Lavorando sicure con le ombre e con le luci, con le linee curve e rette, con le forme e le deformazioni, ci introducono e ci accompagnano in un ideale labirinto metropolitano contemporaneo – percorso “fuori controllo” e tortuoso soprattutto a livello mentale, laddove le pareti ci si stringono addosso con linee cadenti o gli spazi ci si slargano davanti con inattese e ingovernabili vertigini. Benché prodotto umano, la città sa essere disumanizzante oggi non meno dell’archetipo biblico della Torre di Babele. Per cui noi non capiamo più gli altri e nemmeno noi stessi. Perdiamo l’equilibrio fisico, smarriamo gli equilibri psichici. La claustrofobia si sovrappone e si confonde con l’agorafobia. Le bocche parlano linguaggi incomprensibili come gli edifici, gli occhi mandano sguardi sfocati e indecifrabili, le barriere si avvertono invalicabili anche quando non ci sono, la pulizia è un inganno, la funzionalità inciampa e si tradisce ad ogni pie’ sospinto. È il trionfo dell’artificiale e dell’artificioso. Ma non ha senso limitarsi al pessimismo. Qualche benedetto filo Arianna deve averlo ben nascosto, in qualche angolo. E allora la caccia al tesoro può ricominciare: è una questione di sopravvivenza ma è pure un’alta sfida con se stessi, etica e – perché no? – estetica. La bellezza si può trovare ovunque, come hanno saputo dimostrare sporadiche personalità eroiche persino in situazioni del tutto disperanti, guerre, campi di sterminio, tragedie umanitarie di tutte le dimensioni. Allora comporre e controllare alcuni elementi bianchi e grigi e neri all’interno di un semplice parallelogramma può anche essere un buon metodo (un buon allenamento e un buon incitamento) per tentare di comporre e forse controllare i tasselli di un gioco ben più grande e ingovernabile, quello che tutti i giorni ci coinvolge tutti quanti.

Ferruccio Giromini

(GABBIE,Neos.e Editore Genova 2007)

Mescolare, impastare, lasciar lievitare; infornare; saper aspettare, gustare

Non è affatto facile essere fotografi, oggi, rispetto a un passato neanche troppo lontano. Essere fotografi veri, s’intende, non turisti vacanzieri, genitori orgogliosi, pornodomestici, periti assicuratori, allegri pasticcioni, fotoamatori. Pur senza essere a tutti i costi professionisti, se alla fotografia si prova a chiedere qualcosa di più che la foto di famiglia o di club, ci si ritrova in un bel ginepraio, con i rovi che trapassano anche il velluto a coste e sotto ti graffiano a sangue.
Lasciando da parte, per una volta, il deflagrato conflitto analogico-digitale, che conta miriadi di vincitori e vinti in entrambi gli schieramenti, sarà sufficiente concentrarsi solo sull’interrogativo sublime: perché fare fotografia? e come?
Certo, bisogna distinguere. Una cosa è essere reporter di professione, e allora sai cosa devi: documentare. Un’altra è essere fotografo commerciale, dove ti pagano esattamente per soddisfare i desideri della committenza, magari al meglio. Altra cosa ancora è fare l’artista che usa la fotografia, come da costume ormai largamente invalso (da Cindy Sherman a Andrés Serrano, tanto per dire, o da Shirin Neshat a Nan Goldin, o da Matteo Basilè a Vanessa Beecroft), ed è chiaro che anche qui la fotografia è un mezzo ma non un fine.
Ma se ci si vuole confrontare con il linguaggio fotografico sul piano dello specifico, non si sa più da dove partire, non si sa dove andare a parare. Bisogna reinventare l’approccio, reinventare la figura stessa del fotografo, reinventare l’espressione. Soprattutto al pensiero che ormai, annegando tra le immagini come ci accade tutti i giorni, la tendenza è sempre più al consumo dell’immagine isolata, quella che da-sola-vale-più-di-mille-parole, quella che ferma l’attimo dell’acme, quella che vincerebbe il concorso, quella che deve muovere obbligatoriamente all’ammirazione. Ed è un bell’impoverimento, per il linguaggio fotografico nel suo complesso. Sarebbe come chiedere alla lingua parlata di esprimersi solo mediante sostantivi in maiuscoletto, al massimo seguiti da uno o più punti esclamativi.
Invece un linguaggio è ricco e affascinante soprattutto grazie alle sfumature, a tutte le sue regole grammaticali e strutture sintattiche, alle declinazioni e alle coniugazioni, anche alle virgole, certamente, e ai puntini di sospensione… E il bello della fotografia è anche la serie fotografica, che allinea immagini-sostantivo a immagini-aggettivo, l’imperfetto al condizionale passato, il tondo al corsivo, una sineddoche a una metatesi, accenti acuti e, perché no?, umili apostrofi.
Recuperare senso per rinnovare l’espressione. È un atteggiamento più che mai lodevole. Per questo va salutato con rispetto e ammirazione il lavoro che hanno cominciato a fare Stella Lombardo e Cristina Piccardo, due “piccole” fotografe non-professioniste che si sono messe d’impegno per crescere; non per diventare “grandi” a tutti i costi, ma per il gusto profondo di sentirsi evolvere, di scoprirsi diverse, più ricche interiormente.
Si sono messe in moto con un vantaggio: sono in due. Hanno studiato insieme fotografia, anni fa, alla scuola di Giuliana Traverso; e come per investitura ultraterrena, queste due, determinate, hanno continuato a scattare immagini; insieme, o meglio fianco a fianco, ognuna col suo occhio e ognuna con la sua mano, ognuna con la sua testa e ognuna con il suo cuore, gambe e pensieri in movimento perenne, confrontando, discutendo, insieme praticando e teorizzando il loro duplice lavoro fotografico. In due, sono cresciute più che se si fossero lasciate a se stesse. Si sono coltivate reciprocamente scattando e parlando, stampando e guardando, sviluppando e ragionando. L’insegnamento della maestra si ritrae ormai sullo sfondo, debitamente sfocato.
Sono molto diverse fra loro, le due ex-alunne del primo banco: Cristina più lirica e ornata, Stella più grafica e nervosa. È un altro vantaggio del loro tandem, questo. Da diversi angoli d’osservazione, si squadrano e si misurano; così si stimolano. E non si lasciano in pace. Si pungolano, si rimettono di continuo in discussione, e alla fine si accordano, si accordano come due strumenti che all’unisono preferiscono l’intreccio di assoli armonizzati. Hanno trovato un bel metodo – comunque un metodo che a loro si confà alla perfezione.
Mai contente, hanno deciso di non dormire su alcun alloro. E recenti esperienze d’incontro con altri artisti le hanno poste di fronte a interrogativi più fondi del solito. Come si diceva all’inizio: ma perché? che significa per noi la fotografia? chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?
Di fatto quegli incontri fatali, un po’ casuali e un po’ cercati, le hanno messe a confronto diretto con mondi paralleli di facitori d’immagini. Con un pittore, con uno scultore, con un collettivo di visionari tecnologici. Lingue simili alla loro, ma diverse. Qualcosa si capisce subito; e qualcosa di più s’impara solo dopo uno stage sul posto. Testarde, incoscienti, le studentesse perenni Stella e Cristina si sono lanciate con armi e bagagli (pellicole e bacinelle) e a testa bassa nell’impresa, in uno scontro di diplomazie e generosità incrociate.
L’elaborazione dell’intero percorso, alla fine articolatosi in cinque fasi distinte, ha richiesto circa un anno, tra 2003 e 2004. Il primo incontro, quello più fatidico proprio in quanto inaugurale, è stato con Mario Francesconi, pittore di forte presenza fisica e carica naturale. Frequentandolo, le due esploratrici dell’universo hanno scoperto un rapporto fin lì impensato con la materializzazione dei sogni: tra le mani, un segno che si fa umano. Entusiaste, hanno scoperto un nuovo stupore, stupore d’artista, per l’arte e il suo farsi. E hanno cominciato a registrare lo sguardo del pittore, carico di consapevolezze impensate, e il suo muoversi tra le sue opere, tenere case-stele, nello spazio del suo studio e dell’allestimento della sua mostra. Hanno cominciato a usare la propria scrittura fotografica con una inedita consapevolezza interpretativa: perché solo registrare quanto si vede, perché non prendersi anche la briga di modificare quel che si guarda?
La seconda tappa del loro primo Grand Tour ha toccato i lidi di uno scultore, VittorioValente. Qui il viaggio ha già subìto una svolta netta: dal segno alla materia. Quelle forme colorate di vita aliena suggerivano un altro gioco, anche pericoloso, di creazione, dove il creatore si può confondere con le sue creature, in una reciproca mimetizzazione che può presentarsi anche come disumanizzazione. Le due pioniere della galassia hanno affrontato il virus con spirito scientifico, come in un laboratorio d’analisi: ma decolorando la materia plastica organica (sì, c’è plastica e plastica) non hanno dimenticato di starsi confrontando con la prevalenza della Materia.
La sfida stava cominciando a farsi più che interessante. Il suggerimento di sinergie da sussurro cresceva sino a farsi rombo di tuono. Le due fotografe, antropologhe, esobiologhe, hanno scelto allora di procedere sul terreno più infido della smaterializzazione, incontrato piombando in mezzo a un’eterea installazione dello Studio Azzurro. Il Paradiso si visualizzava trasparente, ma nasceva tra le macchine, in un lavoro di gruppo ben strutturato. L’immaterialità del prodotto finale, pur su basi solidamente artistiche, si fondava su un altro tipo di gesto: l’idea si distribuiva sulle dita tra i tasti del computer e così il Verbo poteva farsi a suo modo Carne – virtuale, eppur fremente di vita.
Non più reportage, dunque, né semplice racconto d’incontri – ma saggio emozionale.
In tutto questo, le due palombare dell’immaginazione si erano ormai immerse fino a grandi profondità. Vi erano particolari del loro lavoro che già conoscevano bene: avvicinarsi e allontanarsi dal soggetto della foto, alzarsi e abbassarsi, spostarsi ora di qua e ora di là, trovare un punto di vista, due punti di vista, più punti di vista: cambiare la prospettiva. Ma ora la prospettiva cambiava alla grande, perché cambiava l’approccio, non solo usando della fotografia tecnicamente al meglio, con notevole varietà di soluzioni di ripresa e di stampa, anche con un fare pittorico, e comunque costruttivo dell’immagine, estetico; ma disponendo, più ancora di prima, le immagini in rapporto e in colloquio tra loro; e soprattutto con un atteggiamento che non considera il soggetto della fotografia un oggetto, ma un soggetto pari grado col fotografo – e che non considera la fotografia un oggetto della manipolazione del fotografo, ma un soggetto autonomo che interpreta e reinventa la realtà a modo proprio.
Il passo successivo era dietro l’angolo: accostare alle tesi affrontate e alle antitesi esperite delle sintesi all’altezza della situazione. Si trattava di intonare le conoscenze assodate – la rigorosa scienza dei grigi intessuti sull’ordito grafico della grana – con le nascenti metodologie di ideazione e di organizzazione e di finalizzazione del lavoro. Abituate ad operare entrambe partendo da una matrice letteraria, il rigore metodologico non era loro certo estraneo. Adesso, però, dopo il lavoro comune, ci si poteva biforcare in due direzioni differenti, personali, riconoscibili come assolutamente proprie.
Cristina Piccardo, che ama narrare, inscena allora una fuggevole storia della psiche, percorsa da presenze romantiche: fanciulle sospese in un’accidia appena appena morbosa, in una pensosità frusciante odorosa di lavanda e di tiepidi aliti adolescenziali. La melanconia si guarda allo specchio, ma non vede se stessa; ritrova un altro volto, forse di sé, forse no, ma che comunque in qualche modo le appartiene. È in una narratività onirica che si dipana ordunque, con la dovuta lentezza, una messinscena elegantemente rarefatta – un racconto sfumato di vicinanze, ancora leggere come fantasmi infantili, una poesia tutta femminile abitata da pensieri, ora volatili, ora più spessi. Il tempo si muove e viene fermato, si ferma e risulta mosso. E grazie alle stampe politenate i bianchi della scena hanno modo di splendere di più.
Stella Lombardo, da parte sua, sceglie di ostendere una scultura di sé in dense stampe baritate: bidimensionali, ma è come se lavorasse plasticamente le forme, le sue forme, per restituirle trasfigurate da uno sguardo icastico. Ne esce un autoritratto non complessivo ma frammentario, di forme fisiche isolate in geometrie curvilineari. Dall’analisi all’anamorfosi – e stavolta l’analisi si effettua solo attraverso l’anamorfosi. È un’esibizione circense sulla caratteristica pista circolare: al suono della banda di ottoni, ecco un’acrobazia dietro l’altra, dove ogni parte del corpo deve saper stare al suo posto e intanto dare di sé un’immagine spettacolarmente funzionale alla meraviglia finale… L’autrice-modella si modella, si plasma, si stira, si de-forma e si in-forma, si offre e si accetta: ritta in equilibrio instabile su se stessa scalpitante, si gioca l’eterno confronto col corpo, proprio e altrui, governando a sorpresa (sorpresa anche sua, non solo del pubblico) le redini della fisicità.
Le due scalatrici del mare magnum del subconscio si incontrano così a metà strada, lì dove i meridiani e i paralleli del loro mappamondo s’incrociano. Si abbracciano, brindano, e riprendono a marciare assieme ma distinte, separate ma unite. Sanno che questa è stata una tappa intermedia, tanto per ragionare sul passato per costruire il futuro. Il recto e il verso di tale fotografia prismatica sono le due facce di un’unica medaglia, destinata, prima o poi, a premiare una nuova funzione formale/contenutistica della fotografia stessa.

Ferruccio Giromini

(Pensiero in movimento, Maschietto Editore, Firenze 2004)

[C] 2009 Stella e Cristina