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MAIS OU SONT LES NEIGES D’ANTAN?

(...) Non c’è genovese che non abbia avuto a che fare con Staglieno almeno una volta nella propria esistenza, se non altro per curiosità; non c’è studioso della cultura ottocentesca che non abbia avuto bisogno di confrontarsi con quella stupefacente realtà artistica, connotata da una densità monumentale tra le più alte nel mondo.
Ma il mio punto di vista è viziato: più di vent’anni di costante frequentazione del cimitero per ragioni di lavoro e di studio, all’insegna di progetti di schedature scientifiche in fieri, con mille ragionamenti per trovare soluzioni convincenti dedicate alla conservazione di un patrimonio eccezionale per qualità e quantità, per aggirare gli ostacoli di una difficile situazione amministrativa e legislativa.
Il mio punto di vista è infatti subito smentito da Stella Lombardo e Cristina Piccardo: il loro “viaggio” infatti non comincia da Staglieno, ma da François Villon, poeta francese tra i più noti e i più rappresentativi di un Medioevo giunto al suo epilogo. Un verseggiare schietto, concreto, oltremisura vitale, semplice e diretto, espressione di un sentire umano franco e sottile, che tenta a fatica di divincolarsi dalla materialità terrena; un poetare lontano dalla retorica letteratura cortese di quel tempo, in verità così inquieto e contrastato.
Sull’onda di profonde suggestioni lasciate dunque dai versi di Villon – in particolare da quelli del Testamento del 1461, della Ballade de bon conseil e della Ballade des Menus Propos – le due artiste fotografe, forti di una lunga esperienza iniziata nella scuola di Giuliana Traverso e proseguita anche oltreoceano, hanno provato a guardarsi attorno, a frugare volti e gesti, spazi pieni e vuoti, per trovare riscontri a intuizioni ed emozioni, fino a che i loro obiettivi non si sono fermati dentro il recinto della secolare necropoli, grande teatro della rappresentazione positivista, decadente e salutista della borghesia locale, teatro di posa tra i più stimolanti per i fotografi. E hanno iniziato a scattare, usando la fotografia, come teorizzano, alla stregua di un elemento di unione tra due arti, la poesia e la scultura. Fotogrammi di un mondo poetico, sequenze assolute di un racconto di vita, di sensi e di affanni già filtrato nelle atmosfere. La morte è bandita, sconfitta dagli oggetti della memoria, eppure irriducibilmente implicita in tutti gli attimi di vita rapiti dal mezzo fotografico. I suoi brividi sempre e comunque pervadono le carni lapidee, i pori induriti, i gesti sospesi, gli sguardi immobili, la bellezza impressa nel marmo. Un esercito di scultori ha sfidato, come Villon, la precarietà dell’umana natura per attingere esiti di eterna poesia concentrata in Staglieno, quell’eterna memoria che anche il poeta francese chiedeva al pennello: “et afin q’un ciascun me voye, / Non pas en char, mais en painture, / Que l’en tire mon estature” / D’encre, s’il ne coustoit trop cher; […] Au moins sera de moy memoire / Telle qu’elle d’un bon follastre”.
Al percorso nel sentire amoroso di Villon – i temi della caducità della bellezza del corpo femminile, della paura di amare, dell’amore negato e del rifiuto subito, del ruolo consolatorio e di sostegno della donna – si è dedicato l’occhio di Cristina Piccardo, che fissa la caducità della vita , del sentimento, dell’ispirazione in modo non scontato, e la esprime in immagine che, senza quasi respiro (una sorta di paura del vuoto che, paventandola, tenta di respingere la morte), riempiono le inquadrature, prevalentemente di piccolo formato. Tagli netti e volutamente parziali, luci drammatiche, nitide o radenti a sfiorare la “pelle” dei corpi di marmo, pulizia di un segno che diviene quasi astratto, morbidezze inattese del bianco e nero talvolta fuori fuoco, appena evocato nella traccia d’immagine, di memoria che riemerge dall’oscurità a stento, e quasi casualmente. Come se morbidi carboncini, matite, biacche e acquerelli avessero sostituito gli acidi dei bagni in camera oscura: o ancora, come se entrambe le autrici, poiché è caratteristica comune, avessero manualmente plasmato le tonalità, e non le avessero soltanto “stampate”.
Ottocento e Novecento si mescolano nelle immagini di opere firmate da Giacinto Pasciuti, Edoardo De Albertis, Onorato Toso, Santo Varni, G.B. Villa e tanti altri; evidenti sono i segni del degrado, le ragnatele sottili aggrappate alle minime sporgenze: contraddicendo necessità filologiche imposte dal mestiere di storico dell’arte, ho scelto tuttavia, insieme alle autrici delle fotografie, di non inserire didascalie con i dati precisi delle sepolture, né di proporre altre riflessioni tecniche. Non va nella direzione del documento il loro lavoro, ma dell’interpretazione artistica, e si affranca da esigenze scientifiche.
Il grande formato meglio si addice a Stella Lombardo, che propone una vera e propria ballata di immagini stranianti, forti, decontestualizzate e, per questo, sorprendenti, sulla scorta di versi duri per contenuti e ritmo, variamente dedicati da Villon alla saggezza, alla follia, all’imperfezione dell’essere umano. E’ una carrellata di sensuali anatomie schiacciate dentro i limiti angusti di feritoie di marmo, di figure e volti respinti ai margini laterali delle inquadrature verticali ad un obiettivo avaro di aperture sulle figure e, al contempo, irrispettoso delle distanze: un obiettivo che comprime orizzontalmente le immagini, dilatando, senza timori, i vuoti laterali, gli ambiti spazio-temporali, alludendo all’infinito, alla sospensione della ragione, di ogni minuto vitale. Il segno fotografico è marcato, solido, mai brutale in virtù della sua rotonda morbidezza, con risultati di ingannevole realismo nei brani anatomici, alcuni dei quali interpretati con effetti di intensa poesia. La luce è la vera protagonista come sinonimo di vita, perché di vita si poeta, si scolpisce e si fotografa. Solare o artificiale, la luce modella, leviga le superfici, le esalta; si accende come riflettore sui particolari, diviene aura intorno alle figure, si manifesta come simbolo di trascendenza, si frantuma in un prezioso pulviscolo che muove i piani retrostanti e spinge lontano il pensiero di vita.

Maria Flora Giubilei

( Staglieno Meditazioni Fotografiche, Maschietto Editore, Firenze 2003)

[C] 2009 Stella e Cristina